Discussione generale
Data: 
Giovedì, 30 Aprile, 2026
Nome: 
Francesca Viggiani

Doc. CCXL, n. 2)

Grazie, signor Presidente. Signor Presidente, signor Ministro, signora Sottosegretaria, io, Ministro Giorgetti, volevo iniziare il mio intervento dicendole che avevo fiducia in lei, tantissima, non fosse altro che per la continuità amministrativa che l'ha vista protagonista delle vicende politiche di questo Governo, ma anche di quelli precedenti. Però poi è arrivata la sua abiura, la negazione solenne di ciò che era stato fatto prima, e sono anche emersi tutti i limiti della propaganda che, collega Giorgianni, non stiamo facendo di certo noi, ma che si trova dall'altra parte di questo emiciclo, perché purtroppo poi l'Italia ha iniziato a dover fare i conti - quelli veri e quelli seri - rispetto alle promesse di questo Governo, di cui purtroppo non abbiamo trovato riscontro nella realtà.

Questo Documento di finanza pubblica 2026 ci restituisce l'immagine di un Governo che ha smarrito la bussola della realtà, rifugiandosi in una narrazione fatta di tecnicismi contabili per mascherare un vuoto pneumatico di visione industriale e sociale. Siamo di fronte ad una strategia che definire di corto respiro è un eufemismo: il Governo si vanta di una presunta stabilità, di questa serietà che abbiamo sentito rievocare spesso negli interventi precedenti, mentre, nei fatti, sta gestendo il declino produttivo del Paese con la rassegnazione di un liquidatore.

Sul fronte delle politiche industriali, il fallimento è certificato non solo dalle piazze, non solo dai presidi che stanno vedendo, anche in queste ore, le lavoratrici e i lavoratori dei settori principali di questo Paese - penso alla Natuzzi di Santeramo, penso alla vertenza ex Ilva ancora non risolta, penso a tutte le gravi crisi industriali del nostro Paese -, ma è certificato addirittura dalle vostre tabelle. Ci parlate, infatti, con enfasi di una Transizione 5.0, ma avete dovuto ammettere, con l'ennesima revisione del PNRR, un taglio brutale di quasi 4 miliardi di euro su questo capitolo, dimostrando l'incapacità cronica di mettere a terra progetti che dovrebbero essere il motore della nostra modernizzazione. L'iperammortamento che proponete per il biennio 2026-2028 non è che un palliativo tardivo, una promessa elettorale spostata in avanti, mentre oggi le imprese, strozzate da costi energetici che restano fuori controllo, vedono la nostra dipendenza dall'estero inchiodata a un drammatico 74 per cento; ed è una previsione che credo sia in positivo e non in negativo, perché credo che i dati reali possano addirittura essere peggiorativi.

È pura ipocrisia lodare l'eccellenza del made in Italy quando si lasciano le piccole e medie imprese sole davanti agli shock geopolitici, offrendo loro solo codici di incentivi semplificati sulla carta, ma inaccessibili nella pratica per chi non ha la liquidità necessaria per anticipare gli investimenti. State trasformando la nostra industria in un deserto tecnologico, dove solo i giganti sopravvivono e le filiere territoriali vengono sistematicamente smantellate. E se passiamo al versante sociale, il quadro si fa - se possibile - ancora più desolante: il Documento di finanza pubblica del 2026 tratta il capitale umano come una variabile di aggiustamento statistico.

Signor Presidente, analizzando le maglie strette di questo Documento di finanza pubblica, emerge con prepotenza il tradimento di quella che voi chiamate “transizione equa” che, nei fatti, si riduce a un'operazione di pura cosmesi contabile sulla pelle dei cittadini più fragili. Mentre vi riempite la bocca con i numeri del Programma GOL, vantando il raggiungimento formale di obiettivi numerici entro giugno 2026, ignorate sistematicamente la qualità di quei percorsi formativi che, lungi dal creare occupazione stabile e di valore, si rivelano spesso scatole vuote, buone solo a foraggiare il sistema della formazione senza risolvere il drammatico mismatch di competenze che tiene al palo il 60 per cento delle nostre imprese. È inaccettabile che, in un contesto di inflazione persistente e di erosione brutale del potere d'acquisto, aggravato da shock geopolitici che questo Governo subisce e continua a subire senza alcuna capacità di reazione, il Documento resti muto sul tema della povertà lavorativa e del salario dignitoso. Abbiamo sentito parlare di “salario giusto” ma a me, quando sento parlare voi di giustizia, viene il panico perché quello che è giusto per voi non credo sia giusto per il Paese, e diciamo che la realtà ce ne offre una dimostrazione. Ed è anche brutale che voi continuate a preferire e affidarvi alla retorica della resilienza individuale, mentre il ceto medio scivola inesorabilmente verso la marginalità.

La vostra è una politica sociale che si dimentica dei giovani, costretti a cercare all'estero quella valorizzazione professionale che qui negate loro con un sistema duale che, troppo spesso, profuma di precariato mascherato e si dimentica drammaticamente delle donne, come dimostra l'emorragia di imprese femminili under 35 che denunciamo invano e che il vostro Piano non prova minimamente a invertire.

Non c'è visione per affrontare il declino demografico, che pure citate come “rischio sistemico” nelle premesse del DFP. Ci sono solo palliativi temporanei che non affrontano il nodo strutturale dei servizi all'infanzia e del supporto universale alle famiglie, riducendo il welfare a una variabile di aggiustamento per far quadrare i conti. State costruendo un'Italia dove la protezione sociale è un lusso, e non un diritto; dove l'ascensore sociale è rotto e dove la transizione ecologica e digitale, invece di essere un'opportunità inclusiva, diventa una nuova barriera che esclude chi non ha i mezzi per rincorrere i vostri cronoprogrammi burocratici. Questo non è un progetto per la coesione del Paese, è un manifesto di indifferenza sociale che condanna milioni di lavoratrici e lavoratori a un'incertezza senza fine.

State costruendo un'Italia a due velocità dove la transizione digitale ed ecologica, lungi dall'essere equa, come dichiarate, diventa un fattore di esclusione sociale per milioni di lavoratori che non vedono alcuna rete di protezione reale, ma solo corsi di formazione di facciata utili a gonfiare le vostre slide di rendicontazione a Bruxelles. Questo non è un Piano per il futuro del Paese, è un verbale di rinvio che condanna l'Italia alla marginalità industriale e alla fragilità sociale.